Autointervista

Il giornalista Paolo Giammarroni intervista il musicista Paolo Giammarroni

(intervista aggiornata a settembre 2011)

I cantautori sono in via di estinzione e lei si vuole rilanciare proprio ora?

PG. Certo le regole di un tempo sono saltate. Il copyright è in crisi. E sembra che di voci originali ce ne siano poche... Diciamolo chiaro: un’epoca è finita. Per 50 anni c’è stato spazio per sperimentare, un po’ sfruttati e un po’ coccolati dalle case discografiche. Oggi Paolo Conte non avrebbe diritto neanche a posare le mani su un pianoforte Rca: così come Fellini e Antonioni mai avrebbero il denaro per fare i loro film anni 60. Sono cambiate regole e protagonisti.

Io sono orgoglioso da aver vissuto quell’epoca musicale in prima fila, da cronista o spettatore: appena usciva “Sgt.Pepper”, o arrivavano i Led Zeppelin (Jimi Hendrix al Brancaccio l’ho perso…), o si discuteva della sincerità di “Graceland” di Simon… Non è colpa mia se ho scritto in questi ultimi anni più canzoni della mia vita precedente… In fondo oggi si può essere molto meno dipendenti dalle major. Non ci si arricchisce, ma il rapporto tra musicisti e verso il pubblico può essere più diretto. Un file di musica rave viene adottato nel giro di pochi giorni in Scandinavia, se sei bravo!

Cosa l’ha scossa a tal punto? Svolte epocali nella sua vita, o cosa?

PG. Di certo è stato vitale aver trovato una spalla qualche anno fa. Stefano Marchese e io eravamo complementari, nei gusti, nelle competenze… Era un nostro segreto il chi-fa-cosa: siamo stati i nuovi Lennon&McCartney ("Yesterday" era solo di Paul!)… Insieme ci si confrontava, si decantava, si arrangiava… E' stato il progetto "Dieci direzioni", centrato sulla realizzazione di ben due dischi e anche per questo mai arrivato al pubblico... Diciamo che ho trovato fiducia. Il mio trasferimento in Sabina ha fatto il resto: decine di brani sfornite da solo, con una vena forse più diretta del passato. E tanta voglia di tornare in pubblico. Con tante opzioni, su un mio catalogo di circa 50 pezzi.

Vuole dire che si sono accorciati i suoi tempi di composizione?

PG. Vede che capisce! Proprio così. Sono molto concentrato. E se sei consapevole di dove sei e cosa fai l’ispirazione non arriva a flash, per scariche molto distanziate. Tutto (in qualche modo) è concentrato insieme a te.

Non so più cosa sia la “fatica” di sovrapporre in tempi sfalzati una melodia e un possibile testo. I brani nascono quasi pronti, su un'esigenza spesso fulminea. A volte dal titolo stesso, dall’atmosfera più adatta per fare un ragionamento in musica… Diciamo che cerco di comporre in presenza mentale…

Somiglia molto al fare-poetico, ma la musica come fa a modellarsi alle sue richieste?

PG. Non si deve modellare, perchè in qualche modo diventa l’unica strada possibile, capisce? Non esiste una seconda versione di “Digging”, dedicata al bambini che muoiono nelle miniere, o di “Occasionale” , o di "20th Century Boxe"... Può essere solo così. E forse se ne avvantaggia proprio il testo, che non ha vita autonoma per me. Voglio dire che non nasce seguendo misteriose sue qualità letterarie: cambia quanto il senso del brano gli consente di fare…

Ma allora lei non è proprio un cantautore, i suoi brani non se li ritroverà sulle antologie scolastiche…

PG. Francamente mi piacerebbe  essere ricordato anche per una sola bella musica e il suo tema… La parola cantautore non ho mai bene capito cosa vuol dire. Un particolare diritto d'autore? Se altre voci vogliono cantare i miei brani sono felice, anzi felicissimo. Se posso tenere da parte la chitarra e far suonare quartetti d’archi, rock band, London Symphonietta sarebbe un grande onore (oltre che un miglioramento).

Siamo compositori, più o meno solitari, questo sì...

Il vero cantautore doc per me resta quello alla francese, belva del palcoscenico: Jacques Brel in primis: quattro concerti in una notte in quattro posti diversi... Un destino, più che una professione. Sempre con un collaboratore a fianco (oggi compagno della Grèco). O più di recente il grande Jeff Buckley.

Noi abbiamo visto tante variazioni della figura del cantautore. Una, splendida, è per me quella rappresentata da De Andrè: grandissima vocalità e scarsa voglia di stare in scena, grande ideatore e piena fiducia nell’arrangiatore del momento, per quell’album particolare (Danè, Reverberi, Piovani, Bubola, Pagani e altri).

In assoluto però darei qualcosa per aver potuto vivere dove i cantautori erano solo un pezzetto di una scena di ricerca a 360 gradi, visiva, poetica... La Rio di Vinicus Tom Chico... La Londra di Plant Clapton Winwood Bruce Stevens...  La NY di Guthrie Dylan VanRonk Seeger Hardin... e ovviamente la California di CSNY Mitchell King Garcia...  

Cantautore come cantore solo di proprie afflizioni? o da un proprio punto di vista? Per carità... per questo in anni lontani ho preferito per l'Italia le cose (magari un po' letterarie) di Endrigo e Vecchioni a quelle introverse di Guccini, Baglioni, Vasco, Ligabue...

Ma i migliori?

Uffà, con le classifiche. Se parliamo della produzione e non delle persone "umane", sopra tutti per me c'è quel che hanno fatto musicisti a tutto tondo, come Battiato o Pino Daniele. Parlano del proprio mondo, ma non dei fatti personali... 
La questione è complessa. Chiudiamola dicendo che comunque non mi interessa parlare di me. Al centro del mio canto NON ci sono io.

Non c’è lei? Cosa c’è allora? Le canzoni che chiamate “civiche”?

PG. Sì, non canto per confessarmi in pubblico… certo canto con la mia sensibilità: ma odio le cose autobiografiche. Mi annoiano e non ne sento la necessità. E’ il motivo per cui non vedo film italiani “generazionali”…

Credo che sia ancora possibile fare testi su temi normalmente non trattati da prodotti solo commerciali. Perché si va a piedi a  Compostela. Perché gli Usa ci sembrano meno democratici. Perché Oriana Fallaci divide tanto gli animi, anche da morta. Come una donna reagisce alla menopausa, e un uomo si chiede se andare ancora allo stadio… Ecco, abbiamo fatto canzoni così. Alcune hanno taglio internazionale, due sono in inglese.

Le canzoni civiche anni fa le avremmo chiamate “politiche”, ma gli equivoci si sprecavano. Politico non vuol dire asservito ad uno schieramento. Una canzone è comunque troppo fragile per questo... Se però la parola si è bruciata, usurata, meglio allora “civico”, non tanto nel senso di “sottocasa”, condominiale, ma proprio di elemento di una educazione più ampia. Una canzone prova a far riflettere un po’, anche se il resto della musica “che gira intorno” è oggi spesso senza sostanza. Mi spiace che tanti giovani non credano più nell'originalità della musica, però è anche vero che in giro ci sono tanti rapper davvero interessanti!


Quali sono i suoi ulteriori filoni di ricerca?

PG. Essenzialmente due. Uno è quello legato all’uso del tempo: presto saremmo in grado di fare un concerto soltanto di queste canzoni. Ragionare sul poco tempo, sul momento prima e poi sul momento dopo una scelta, sul vedere le cose in un secondo tempo, nel fidarsi oppure no delle senzazioni, o il disagio di provare d’aver vissuto un’altra volta quell’attimo… Anche se il clima musicale resta occidentale, nei rimandi risento sicuramente molto del mio percorso di pratica buddhista.

L’altro filone è l’Italia, coi frutti perduti (“Arborea”) e gli animali che cercano rifugio nelle calde metropoli (“Fauna urbana”). Il passo avanti sarà dedicare una scaletta ad una Regione cantata pochissimo in musica: l’Umbria. Si accettano collaboratori. Ma sento la voglia di affrontare anche la canzone tradizionale, quella sui sentimenti, per fare cose nuove, adatte al nuovo secolo. Senza lagne...

Se non sono i cantautori “poetanti” o autobiografici, a chi si ispira? Nelle canzoni non c’è molta traccia del suo mito, Chico Buarque de Hollanda…

PG. Bene allora ! Mi piace ispirarmi, ma senza scopiazzature. Chico è un caso a sé, irripetibile. Solo Steve Wonder ha la sua longevità. E’ stato aperto a collaborazioni con tutti i musicisti brasiliani, non ha rifiutato un paio di strofe inconsuete a nessuno, ha dato vita a musical di rara intelligenza (e non a caso odiati dal regime militare brasiliano).

Per alcuni anni è stato per me un gran relax, ma anche una bella scuola, adattarne in italiano circa 30 testi, con tutto il rispetto per Bardotti. Ma nel comporre le mie cose ho sempre cercato di guardare oltre, a modelli più duttili.

L’elenco degli amati è troppo lungo. Davvero oggi appare incredibile la ricchezza di proposte accumulata. In generale amo molto la scena inglese, col suo gusto teatrale: i Kinks di Ray Davies (per me sono meglio dei primi Beatles…), gli Xtc, i Procol Harum bi-faccia, romantici e hard, ma anche Robert Wyatt o qualcosa dei Jethro Tull, e oltre oceano tutto il mondo folkrock con Neil Young per centro (e poi Csny, Wylco ecc.), ma anche i Coldplay (a piccole dosi)… Sul versante biografico al femminile, Joni Mitchell è stata imbattibile, di un coraggio estremo nel raccontare ora per ora la propria vita…e adesso quel camaleonte di Ani Di Franco.

In Italia, poco o niente?

PG. Tanta stima a chi aveva un secondo lavoro! ...Che insomma viveva tra la gente. Non a chi aspettava l’ispirazione, superprotetto come un Nobel per la letteratura! Meglio il chirurgo Jannacci, il professor Vecchioni, il notaio Conte…resistono nella stima perché è il “corpus” di tante canzoni a resistere, più che il singolo brano da comitiva… Invece non ho mai amato il mito sul binomio Battisti-Mogol, nel senso che certo trovo Battisti in anticipo sui tempi per gli spunti musicali (un po’ datati ora), ma assolutamente sovrastimato il signor Rapetti, furbetto e oggi ancora imponente “padre” spirituale di uno che invece voleva solo camminare con le proprie gambe…

Oggi grande rispetto per Carmen Consoli e Samuel Bersani, nonché i tanti gruppi che si muovono sulla soglia della musica popolare: Lucilla Galeazzi, Banditaliana di Enrico Tesi, Elena Ledda, ma anche un genialoide come Capossela.


A casa o in auto cosa ascolta?

PG. Tutto, anche se molto meno da quando ho la mia musica in testa. E studio faticosamente il corno francese! In questo momento vado dal corno jazz Julius Watkins alla bacchetta di Giuseppe Sinopoli, dai vocalizzi di Giuni Russo alla chitarra di Ralph Towner o il flicorno di Kenny Wheeler...  Ma è bello anche godersi in pieno il silenzio. In generale evito le musiche di sottofondo, mi sembra di snobbare tanta fatica... serve rispetto...

Odio la new age, i suoi pianisti leziosi e mi annoia il raggae o i canti alpini arrangiati da Benedetti Michelangeli.
Mi piacciono i suoni etnici quando non puramente decorativi, ma veri, arcaici, inquietanti.

Oggi in me prevale nettamente l’ammirazione per il jazz, forse meno creativo di un tempo, però ancora pieno di artisti splendidi. In generale però ho aumentato parecchio le mie serate nella musica, la voglia di un contatto diretto col musicista. C'è sempre da ammirare e imparare. I ritorni recenti di Ornette Coleman e Sonny Rollins non si dimenticano, anche se nulla eguagliava un concerto di Michel Petrucciani…

 E dall’Italia? Scusi se insisto…

PG. Si figuri… Nel jazz la scelta è ampia, siamo i migliori in Europa. I nomi sono quelli ben noti, Rava, Fresu, Bollani, Giuliani, van der Noot, Pieranunzi, ma anche Petrella, Marcotulli, Bearzatti... cosa vuole che le dica? Che Cafiso è ormai più di una promessa?

Provo anche ad ascoltare i gruppi giovanili, chiamiamoli rock, ma la delusione supera la voglia di “restare al corrente”. Questa ossessione di un sound identico per 10 brani, di una vena nei testi uguale per 10 brani…Non fa per me!

Vi siete battuti col vostro Atelier contro i generi: ma resistono alla grande nel cuore del pubblico, no?

PG. Ripeto: non lo so e non mi interessa. Voglio dire che uno alla fine fa quello che sa fare meglio. Avrebbe ancora senso fare esclusivamente valzerini? O blues? O yodel? Probabilmente sì, se sei un virtuoso di quel genere o strumento.

Io voglio giocare a tutto campo, ovviamente fin dove arrivo, non dentro il jazz perché non ho studiato tanto da potermelo permettere.

Cercare altra musica mi aiuta a dialogare con nuovi musicisti. E non è poco! Quel brano “deve” aver una certa atmosfera, aldilà di quanti linguaggi musicali so oggi “controllare” io.

Se potessi disporre di una band alla Blood Sweat & Tears, toccherei il cielo con un dito! Sapeva suonare tutto, da un fraseggio melanconico di Satie al funky più coinvolgente. Ecco, le nuove tecnologie ci servono a poter lavorare così, in molte direzioni, a “salvare” se possibile la canzone, purchè senza ritornello…

Questa gliel’ho già sentita dire. Cos’ha contro “O’ sole mio”?

PG. Eh no! Adoro la canzone napoletana. I suoi compositori hanno insegnato musica a tutto il mondo a cavallo dello scorso secolo! Ma la canzone all’italiana è una struttura – oltre che sfruttata – limitata: introduzione/ strofa/ ritornello/ strofa/ ritornello/ breve ponte/ ritornello iper orchestrato…

Amare ALTRE strutture oggi è inevitabile. Posso evitare di scopiazzare Bob Dylan, quasi un cugino per me, ma a me vengono brani che non sono esattamente canzoni… Il ritornello uccide nella mente QUALSIASI altra cosa, normalmente, tranne nei grandi capolavori che partono da strofe come “Più luntana me staje, chiu vicina te siente…”. Quando ne scrivo una così, mi ritiro a vita privata.

Ho saputo che comunque lei scrive anche racconti di musica…


PG. Sì, sono nati oltre 100 brevi racconti, da 5mila battute, con l'indicazione di un brano da ascoltare leggendoli. Un flash (o un "momento cruciale") sulla vita di un compositore, o direttore, o cantante, dal Rinascimento ad oggi. Su fonti vere o verosimili. Ogni racconto scritto con stile vicino all'artista raccontato. Ovviamente aldilà dei generi musicali. (vedi sezione Noi e La Musica)


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