La Donna Dai Mille Nomi

Copertina Donna dai mille nomi
[Disegno di Michelangelo Pace]


Anno: (2002)

Vedi il saggio: Musica e donna

Te recuerdo Amanda (V.Jara)
Amelia (J.Mitchell – Giammarroni)
Caroline says (L.Reed)
Eleanor Rigby – Leonora Ricci (Lennon, McCartney, Giammarroni)
Franziska (De Andrè, Bubola)
Joana Françesa (de Hollanda)
The thoughts of Mary Jane (N.Drake)
Chi ha ucciso Ilaria Alpi? (M&S Severini)
Ingrid Bergman (B.Bragg, W.Guthrie)
Isobel (Bjork)
Maggie May (R.Stewart, Quittenton)
I’ll never be your Maggie May (S.Vega)
La casa in riva al mare (Baldazzi, Bardotti, Dalla)
Maria Maria (M.Nascimento)
Marieke (J.Brel)
Come away Melinda (Hellerman, Minkoff)
Rosa rosae (De Gregori)
A rosa (de Hollanda)
Samba della rosa (de Moraes, Toquinho, Bardotti)
Teresa (Endrigo)
Teresinha (de Hollanda, Giammarroni)
Ajudame Valentina Tereshkova (V.Parra)
Contessa miseria (Consoli)
What’s her name today? (Bacharach, Costello)


Spettacolo: LA DONNA DAI MILLE NOMI

PRESENTAZIONE

Nulla può sconvolgerci ormai, se non la semplice verità umana
Marina Cvetaeva


1. Anche questo spettacolo deve la sua forma al mio amore per le voci condensate in uno spazio chiuso, purché armonico. Le voci degli strumenti, del canto, dell'attore, di un'epoca.
Jacques Brel
sapeva impersonarle tutte, da solo. Ma lui era capace nei primi anni Cinquanta di fare 7 spettacoli in 7 luoghi diversi di Parigi, dalle 8 di sera fino all'alba.
Noi dovremo essere una decina di persone e di serate speriamo di farne almeno 7.

2. La monotematicità dello spettacolo deve tutto all'autoradio e al mio amore per la concettualità nell'arte.
Italo Calvino e Alberto Burri sono per me un buon esempio di concettualità italiana. Se preferite potete chiamarla anche Ossessione per la coerenza, o Fedeltà ad un progetto di ricerca.
L'autoradio? In un periodo che guidavo spesso, è stata il mezzo cui destinare le mie antologie personali su cassetta, compilate la sera a casa curiosando tra i miei troppi dischi, invece di vedere la tivu. Ho così una decina di soggetti già realizzati.
In effetti in musica si è parlato quasi di tutto, in tutte le epoche (almeno da quando c'è un'industria discografica per documentarlo), in tutti gli stili. Perché non approfittarne? Odio le compilations, propongo le comparazioni.  

3. La motivazione per uno spettacolo dedicato a donne risente anche di una condizione personale, come sempre. Francesco Guccini gigioneggia quando sottolinea che l'ispirazione per comporre canzoni d'amore tristi uno la vive quando non ha una compagna e si sente sfigato, se no preferirebbe divertirsi.
Anche se in questo spettacolo non ascolterete canzoni mie (forse la prossima volta), m'illudo che - a forza di urlare nomi femminili - Lei si volti.

4. La prima selezione ha riguardato canzoni con ritratti di donna, non solo con evocazioni di nomi. Per questo non ci sono Barbara Ann, o Mariù (da cui sentirsi parlar d'amore), o Roberta (ascoltami). Sono centinaia i brani in cui il nome è poco più che un orpello, o un espediente di rime.
Meglio cercare canzoni poco note, ma dalla loro fisionomia (saranno una sorpresa per molti Melinda e Marieke). Da questa ricerca è nato anche il piccolo saggio di analisi e considerazioni che trovate nel programma di sala, a mo' di postfazione.

5. Il secondo criterio ha privilegiato un arco più ampio possibile di espressioni artistiche. Non solo canzoni d'amore, ma anche ritratti di donne della realtà (Ingrid Bergman, Valentina Tereshskova, Ilaria Alpi), o diventate quasi reali grazie alla poesia (Amanda, Eleanor, Teresinha). E le presenteremo così, per piccoli blocchi di senso, introdotti da alcuni testi recitati, con una propria autonomia scenica: saranno introdotti dall'unico brano strumentale, Naima, scritto dal sassofonista John Coltrane per sua madre.

6. Ho voluto curare un panorama equilibrato su altri tre versanti. Il primo è offrire un numero di brani significativi scritto da donne (anche se inevitabilmente sono stati più gli uomini a coltivare questo tipo di ispirazione da "serenata"). Con rincrescimento però ho dovuto rinunciare a interpretare qualcosa di due artiste che stimo tantissimo, Tracy Chapman e Ani Di Franco: non mi risultano loro creazioni coi requisiti precedenti. Il secondo versante è quello delle lingue. L'inglese resta maggioritario, ma - a fronte di poche cose interessanti italiane - oltre a presentare brani spagnoli, portoghesi, francesi (con piccola variazione fiamminga), ho optato per mie versioni italiane di brani stranieri. Infine un arco di tempo ampio, anche per coprire più stili. A malincuore ho rinunciato ad un blues di Bessie Smith degli anni 10 (non c'era il nome di donna, ma Weeping Willow Blues è come se l'avesse), mentre gioco a cimentarmi con l'impertinenza intelligente di Bjork e Carmen Consoli. Il grosso della proposta è anni Settanta, ma anche il cuore ha le sue esigenze.

7. Più difficile è motivare il motivo di certe assenze. Alcune sono dovute a scelte tecniche (il nostro organico non si presta a suonare tanghi, come Malena), altre a miei limiti vocali (Maria di Bernstein la lascio a Carreras), altri brani ancora li ritengo non eseguibili dopo interpretazioni "definitive" (e per questo ci siamo concessi degli arrangiamenti originali, non puri ricalchi, come per Eleanor Rigby). Altre canzoni, compresa una mia vecchia versione di To Ramona di Dylan, le ritengo desuete, ormai datate: è il caso del repertorio Cohen/De Andrè, così astratto, diafano, senza passione, che descrive per simbolismi criptici una donna sfuggente e incomprensibile. Ma allora perché cantarla?

8. Le cose esistono, quando hanno un nome. E così le persone. Lo spettacolo si apre e si chiude con due canzoni apparentemente incoerenti col progetto. Nella prima, un carcerato inventa un nome per una donna che non potrà mai neanche sfiorare. Nella seconda, un omicida non sa neanche quale nome avesse la propria vittima indifesa, donna, ovviamente. Due rapporti impossibili, che giustificano solo il silenzio e la fine della musica.


Paolo Giammarroni

Della vita, della morte, della signora Ramsay non si poteva dire nulla.

Virginia Woolf


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