Musica e Donna
Musica E Donne. In Ricordo Di Una Sola Donna, Imprigionata In Quel Nome, In Questa Voce
di Paolo Giammarroni (2002)
O bela e bona amiga.
che ti-me-gà vardà,
mi vogio darte una rosa,
parchè ti-me-gà vardà.
'Na rosa, pa' i to oci,
forse no' bastarìa:
tuto un giardin ti-meriti,
parchè ti-ssi-stàda mia.
Ma mi no' gò giardini,
'sto fior lo gò robà,
el val i to basi, crédilo,
parchè mi lo gò robà.
Giacomo Noventa
INDICE
(Cliccando sul titolo, potete leggere il paragrafo)
1. RICONOSCERE L'IDENTITA'
L'amore, la vita, il rancore, il dolore possono essere cantati in musica in molti modi.
Oggi vince l'autorappresentazione, l'autobiografismo, fino al vero e proprio narcisismo. Io, io, io.
Sta andando fuori moda la canzone dedicata a qualcuno, proprio a quella persona lì.
Stavolta qui parleremo di donne, ma il gioco - volendo - si può fare anche coi maschi, anche se il materiale è minore. Perché? perché sono inevitabilmente di più gli autori col fiocco azzurro: e le autrici sentono meno l'esigenza di parlare in modo esplicito di altre donne.
La canzone dedicata è quasi sempre un omaggio, una serenata, un ritratto per la "figura" da non dimenticare.
Tralasciamo qui i tanti brani commerciali in cui il nome è appena una scusa per fare rime più o meno verosimili, e comunque lui parla di sé, della propria gioia o tristezza inconsolabile, ma di lei (ancora una volta) non ci verrà rivelato nulla.
Ecco, Rivelazione può essere il termine giusto.
Lei è speciale, unica, fin dal nome. Per questo ve la "devo" cantare. Dicendone il nome.
Il gioco sembra facile, ma in bilico ci sono due identità. Chi far pesare di più? Quale equilibrio trovare? Ridotto a schema, ecco il quadro delle possibili variabili:
Cantante non identificato / oggetto non identificato: lo standard di un milione di canzoni. I sentimenti di tanti, descritti per chiunque
Cantante identificato / oggetto non identificato: rarissimo, non mi vengono in mente grandi spunti, a parte certi brani di Springsteen stile Tom Joad. L'altro nasconde forse un segreto? Si accettano suggerimenti
Cantante identificato / oggetto identificato: una vera esibizione, senza veli. Rara ormai. Vedi il caso di Tom e Martha (Tom Waits), o del gestore del locale Mocambo impersonato in varie puntate da Paolo Conte, o le confessioni di tante ballads americane di inizio secolo, in cui tutti hanno un nome, se non un cognome. Confessioni in pubblico, ma soprattutto storie compiute, nei loro vari passaggi. Sappiamo come è nata la cosa, che sviluppi ha avuto e vogliamo proprio sapere come finisce. Spesso la canzone racconta la storia dalla fine e ne spiega le vicende a ritroso
Cantante non identificato / oggetto identificato: è il caso che ci interessa. Dall'ultimo, ancora strafottente ma ormai patetico, guappo napoletano innamorato di Margherita; fino alla sottovariante di coppie indissolubilmente legate alla ricostruzione fatta da un anonimo cronista (Joao e Maria di Chico-Sivuca, Otis e Marlena di Joni Mitchell, Anna e Marco di Dalla).
Nel caso delle donne, chiamarle per nome è fascino indubbio, che viene da lontano. Il nome ha uno specifico, condensa un mondo come una costellazione dello Zodiaco.
Ma prima ancora c'è da segnalare (come ha fatto con acutezza tanti anni fa Meri Lao), che chi canta davvero la donna sarà costretto a cambiar voce.
Il consenso sociale infine è intransigente, accetta solo il registro grave, che dà ufficialità e sicurezza: le femminucce, con le loro vocine angelicate, devono stare a esprimere malessere, fanciullezza, immaturità, instabilità emotiva.
Un uomo che canta come sa, anzi "fa" il maschio, alla Leonard Cohen o Barry White o Carlos Gardel, in genere finisce per giudicare, più che "cantare" l'altra.
Come uscirne? Chi esterna il dolore (ed è il caso di chi "deve" cantare Lei) dovrà saper accettare e gestire un registro acuto, come ci ha insegnato Alan Lomax. Anche nell'opera, le parti che impersonificano la follia escono dalla tradizione, vanno nel sopracuto o nello smorzato.
Il canto moderno maschile, pop, rock, leggero, o come vogliamo cantarlo, accetta l'altrove: si spezza nel nasale (Dylan), nel sussurrato/parlato (Chico), nel falsetto (Milton Nascimento e anche tanti rock band leader). Insegue forse un diritto di rappresentare la propria crisi di maschi? O è un modo per tentar di imitare quel potere diverso, subdolo, inspiegabile, eterno, di Lei?
E veniamo dunque ai contenuti delle canzoni. Non entro qui - perché non penso sia la sede, ma anche perché è già stato detto quasi tutto - nel maschilismo strisciante di tanti testi in circolazione. Pietismo, quando va bene; frasi fatte, troppe; insofferenza, neanche nascosta.
Ultimamente mi colpisce, ascoltando o traducendo brani di gruppi rock alla moda, il mediocre livello di descrizione di tante compagne di vita. Siamo alla pura modernizzazione di stereotipi femminili, che a cantare siano gli 883 o gli U2.
Terrificante poi l'infantilismo di gruppetti come i Lunapop, capaci di cantare una Maggie dicendo:"non è perché noi siamo diversi, ma perché noi non moriremo mai!"
La creatività invece è donna, almeno nel senso mitico del termine. E' l'immagine della vita vera, spirituale. Conosce il proprio corpo, coltiva le proprie abilità. Lei è già oltre-l'umano. Si immola volentieri per gli altri (il maschio lo fa solo se pompiere o soldato, comunque pagato).
"La donna ha una sua legalità altrove", scriveva un secolo fa Lou Andreas-Salomè, che si sentiva superiore persino a Nietzsche. Ma pensava in quel caso ai segreti della maternità. A quel potere della donna che, con il parto, tramanda sé stesso, ma solo in un'altra donna.
Quest'idea di donna fa ancora paura. Non troverete facilmente canzoni dedicato a madri dal nome preciso. Abbiamo dovuto recuperare un brano jazzistico, senza testo, di John Coltrane, a sua madre Naima, per inserire nello spettacolo anche questo aspetto: sarà il motivo di collegamento tra una sezione e l'altra.
Se neanche la mamma è una persona reale, all'occhio del maschio sbandato, resta solo il concentrarsi sulla "creatura", cioè il personaggio concentrato, forse vero, forse frutto del proprio narcisismo. Non tanto da adorare e rispettare, come dicevamo: quanto da contemplare e tramandare alla memoria.
2. DA DONNA A DONNA.
D'altra parte, le donne già sanno di non potersi fidare. "La prima volta non t'ha ingannato, ma la seconda ti può ingannare", dice il commento finale a La funtanella, dove lei riesce a evitare le insidie di un cavaliere.
Anche la Betsy "che veniva da Pike" per attraversare monti e deserti, sul carro trainato da buoi (per la cronaca questa arca western porta anche un maiale, un gallo cinese e un cane giallo), quando Ike decide di andarsene, la fa corta:"Addio, mammalucco, sono contenta che ti togli dai piedi". L'originale è una ballata scozzese dal titolo "Quando ero single", parte del lungo repertorio di donne schiave dei lavori domestici e di mariti maneschi (come la slavo-abruzzese Scura màie).
Non a caso sono donne le grandi cantanti statunitensi delle ballate a sfondo sociale, spesso rabbiose: Sara Ogan Gunning, Aunt Molly Jackson, Florence Reece, Ella Mae Wiggins, Malvina Reynolds, impegnate nel sindacato e nei movimenti politici di sinistra.
"Io canto la differenza che c'è tra il vero e il falso: se no, non canto", rivendicava nel 1960 dal Cile, l'indimenticabile Violeta Parra.
Questo verso sta in una sua lunga canzone (ballata?) che mette in parallelo la retorica parata militare del 18 settembre, anniversario di una fragile Indipendenza nazionale, con la drammatica giornata di Luisa, costretta a partorire all'aria aperta, "senza candela, né pannolini".
Anche la cantante popolare/rock/di successo si riprende il suo, rivive il cerchio simbolico ("La vita mi è", scrive Clarice Lispector) e tenta di non venirne di nuovo imprigionata, nell'unico modo possibile: lasciare per sé spazi liberi, non etichettati, anche semi-oscuri (Braudel).
E' quanto si è trovata a fare tra i filosofi politici una Hannah Arendt, ma può valere anche per la giovane e sanremese Elisa, decisa a comporre e cantare (finchè potrà) nel suo amato inglese…
Non serve ricordare tutte le parole, basta ascoltare quella voce che hai dentro.
Diamoci una voce…
Ma questa è una storia musicale ancora da scrivere, a parte Joni Mitchell e poche altre (Tracy Chapman, Ani DiFranco).
Passiamo a parlare di volti, maschere, nomi femminili.
3. LEI NON E' COME LE ALTRE.
La storia di una donna denominata in musica muove i passi almeno un secolo fa, con l'avvento dei primi percorsi di musica d'autore, trasversale alle classi sociali.
A Napoli i compositori fanno a gara nei locali pubblici per immortalare figure destinate a durare nell'immaginario: nasce un'industria dei diritti musicali destinata a fare scuola. Quale segno migliore su una canzonetta che il nome di una donna? Eccole, si chiamino Brigida (descritta come un caffè, che sotto ha lo zucchero, che lo renderà dolce, basta girare bene), Reginella o Lily Kangy (nome d'arte per una Coucetta rea confessa).
Negli anni venti da Roma tenta il bis (anche grazie alle prime forme di gare canore) la nascente industria discografica, inneggiando a Matalena o ai tanti nomi di fidanzate da far accettare a "mamma mia".
In parallelo l'avvento delle radio, ciascuna col proprio pubblico domestico (negri, famiglie, giovanissimi), apre una nuova stagione negli Usa. E' il pubblico a scegliere nuove mediatrici, a cominciare dalle lezioni di vita rilasciate in tanti blues.
E' il caso di Bessy Smith. Canterà per prima piangendo da sotto un salice (willow tree) dopo che il suo uomo se ne è andato, nonostante lei "gli lavava la roba". E poi mette in guardia dal dire in giro quando un amore funziona: c'è il rischio di ritrovarsi in un letto vuoto (empty bed), perché quel che lui aveva di dolce deve essere piaciuto anche alla sua amica Lou…
Mille di queste contaminazioni trovano un fertile terreno dall'emigrazione verso l'Argentina e il Brasile. Lasceranno segni profondi non solo musicali.
La prima apparizione della donna nel tango può portare la data 1919, per mano di Caledonio Esteban Flores e lo zampino del (poi) mitico Carlos Gardel. Lei ora si chiama Margot, non più Margherita. Il suo antico innamorato non vorrebbe vederla più, ma è anche stasera lì nel locale, a seguire "quel corpo che accompagna gli accordi tentatori", nel fumo di sigari: sedotta per sua scelta ("manie di signora che ti frullavano in mente"), da un inamidato "manate", per le vesti di seta, mentre la vecchia madre lavandaia stenta nella solitaria cameretta scaldata a kerosene. Poi verranno Malena, Alejandra, Gricel.
Mi piace qui ricordare come siano riuscite a farsi largo, sia cantanti, che compositrici di tango (meno le musiciste, come la bandoneonista Francisca La Paquita Bernardo, morta a soli 25 anni). Ne ha ricostruito le vicende con la solita cura, Meri Lao. Ricordo la pioniera, la marchesa Eloisa d'Herbil, allieva di Liszt, che canterà "Io sono bionda", ma anche "Me ne frego". Ma molte altre saranno costrette a comporre e cantare al maschile, senza particolari spazi espressivi fuori dai cliché.
4. SE NON SONO STRANE, NON LE CANTIAMO.
Eccoci ai nomi. Pronti, via.
C'è posto per tutte. Se poi hanno nomi strani, fuori norma, meglio.
Futura (Dalla), China (bimba della vocalist californiana Grace Slick), Priscilla (Susanne Vega), Michelina (Nomadi), Aida (Rino Gaetano), Paolina (Graziani), Bertha (Grateful Dead), Claudette (Orbison), Sharleena e Jamima (Frank Zappa), Dora (Dorival Caymmi), Layla (Derek&the Dominos), Bernadette (Paul Simon), Yvette (Crosby e Mitchell, per una volta insieme), Dolores (Kevin Ayers), Carmen (Paula Cole), Anastasia (Tori Amos), Christine (Siouxie), Diana (Paul Anka), Emily (Pink Floyd, Laura Nyro, Graziani), Ramona (Dylan), l'umile Daisy (Xtc), Josie (Steely Dan), Elisa (Battiato), Alice (De Gregori), Lulù (Tozzi), Sylvie (Dalla), Carol (Paul Anka), Sonia (Robert Wyatt), Loredana (Morandi, 1962), Nathalie (Becaud), Lucie (Aznavour) o Lucille (Little Richard), Izabela (Hendrix) nonché Isobel (Bjork) o Isabella (protagonista in Easter di Patty Smith), Irene (Leadbelly), Miranda ("che vive di propaganda", secondo i Jefferson Airplane), Livia (del venezuelano Sergio Montero, per l'uccisione di una studentessa da parte dei militari, nel 1962). E infine, per la gloria di Peppino Di Capri, Roberta.
Non si dica che si scarta qualcuno a causa del nome: è accontentata anche la bluesy Alberta, ripresa da Eric Clapton (già immortalata anche da Dylan).
E poi l'internazionale (e sempre sognante) Ginevra/Guinnevere/Genevieve, cantata da David Crosby, Donovan, Byrds, Gaber. Lancillotto non avrebbe saputo fare di meglio.
Ma il massimo per i cultori del valore aggiunto dell'esotismo resterà sempre Amapola. O state ancora cercando con Chaplin una banale Titina?
C'è poi l'immenso repertorio delle ballad da musical di Broadway, anni 30 e 40. Ci metto almeno Laura (testo del grande Johnny Mercer), raffinatezza per jazzisti, e chiudiamola qui perché l'elenco è infinito.
Un piccolo capolavoro tocca ad Aisha, la neonata cantata dal suo papa cieco, Steve Wonder. Le intitola la canzone "Non è deliziosa? Non è una meraviglia?". Ma Wonder-ful vuol dire meraviglia-osa: geniale e poetico insieme. Anche il re del rai algerino, Khaled, renderà famosa una sua Aisha anche nel nostro continente, dove si è dovuto rifugiare per motivi politici.
Vergogna per gli italiani. Bisogna tornare al repertorio partenopeo per trovare brani di donne del sud: Carmela, Filomena o Annunziata (mentre il canadese Cohen ci ha dato una Nancy, peraltro tristissima).
Per trovare qualcosa di "popolare" tra i cantautori bisogna ricorrere alla scuola lombarda.
A parte il goliardismo di Nanni Svampa traduttore di Brassens ("quando penso a Cesira, mi tira, mi tira; quando penso a Leonora, mi tira per un'ora; quando penso a Mariù, allora non mi tira più"), ci volle il miglior Jannacci per cantare una Vincenzina, operaia davanti alla sua amata fabbrica.
Levo un grido di dolore.
Vogliamo finalmente scrivere una canzone per Carla? e Cristina? ed Elisabetta? e Antonella? e Francesca, che "no, non può essere lei", ma sarà pure di nuovo cantabile un giorno…
Anche i nostri più valorosi artisti hanno preferito sgattaiolare verso il modernismo delle Sally (De Andrè) e Lilly (Venditti), o il retrò della Wanda, quella che vuol baciare a tutti i costi in pubblico un pudico Paolo Conte ("scandalizziamo la gente…").
Voglio perciò ricordare qui due piccoli miracoli, due "chicche" come si dice, imperniate sul nome di Nina: quella anni-caldi del veneto Gualtiero Bertelli, per la compagna ora in cinta di un "compagno" licenziato dalla fabbrica, e quella sull'altalena, vista volare da De Andrè e Fossati, con la voglia un giorno di prenderla "come il vento alla schiena".
Claretta è un nome bruciato, salvo revisionismi storici.
Margherita è rimasta per sempre nella gola di Cocciante.
Barbara ha già imperversato qualche anno fa, mentre ci siamo per ora salvati dalle invocazioni a Tatiana, Gloriana, Katia (ma ce n'è una di Paul Simon). In ribasso anche Patrizia e Paola. Segnalo ai fans delle modelle al moda l'esistenza di un brano anni Settanta dei Blood, Swet & Tears, dedicato agli "occhi zingareschi" di Megan.
Poco interesse infine si registra per Eva. Antichi rancori di maschi? Comunque nel cassetto ne ho una mia, se interessa.
5. GLI SPECIALISTI.
Due nomi su tutti. Due veri e propri cantori femminili, uno in Italia e uno dal Brasile. Quasi monotematici nel caso del repertorio ristretto del marchigiano Graziani; comunque tantissime quelle presenti nello sterminato repertorio di Chico (quasi 400 brani). Mettiamo un po' di ordine, per collezionisti.
Ivan Graziani: Agnese, Cleo, Emily, Isabella, Paolina e altre ancora.
Chico Buarque de Hollanda: Ana (de Amsterdam, che mi son dilettato a trasformare in Anna Magnani a Cinecittà), Angelica, Barbara, Beatriz, Carolina, Cecilia, Cristina, Geni, Helena, Joana, Iolanda, Ligia, Lola, Luisa, Madalena, Maria (col suo Joao e un cavallo western che parla inglese), Rita, Rosa, Silvia, Teresinha e anche qui ho scordato qualcosa.
Difficile dire cosa li accomuna, anche per la distanza di gusti musicali.
C'è qualcosa di teatrale. Certo la "dedica" serve a fermare una memoria, un attimo, un frammento di storia. Niente ballate lente o convulse verso un qualche destino. Niente perorazioni ad una donna amata, invocata, abbandonata, ormai anonima. Piuttosto un gesto di rispetto, quasi un inchino.
La bravura di entrambi gli artisti è di avercele lasciate nella mente lì, con pochi tratti: dalla Cleo di origine greca di passaggio in Italia, alla Rita fuggita di casa coi dischi di Caruso (di lui)…
6. I NOMI RICORRENTI.
Maria. La più cantata, in assoluto, come ovvio. Un po' amore, un po' madre, un po' mito: insomma un sicuro riferimento.
Anche il nostro spettacolo è incorniciato da 2 Marie. La prima, quella di Dalla e Bardotti, è costruita su un'intesa immagine: un carcerato che giorno dopo giorno si innamora e vive a distanza un'impossibile storia con una donna che vive "fuori" in una casa bianca in riva al mare. Bisogna chiamarla in qualche nome: come, meglio di Maria?
E nel finale c'è l'apoteosi di Milton Nascimento. Qui Maria è l'energia allo stato puro, la Grande Madre, anche severa ma positiva, dolorosa ma dirompente.
In mezzo mille altre Maria:
quella delle bande rivali che nel West Side (grazie a Bernstein) rivivono la storia di Romeo e Giulietta;
l'ombra invocata da un fallito che si racconta allo stato zero (Piero Ciampi);
quella, ritenuta dolcissima, di cui Dylan vuol sapere "dove sei stasera?", anche perché si è tenuta la chiave di casa;
quella di cui il vento porta il nome (Hendrix);
la guercia cantata dai Jethro Tull;
quella scomparsa ed evocata dal tango 1945 dell'orchestra Anibal Troilo: "l'autunno ti ha portata via, bagnando l'agonia. Forse ti chiamavi solo Maria ed eri appena l'eco di una vecchia canzone";
fino ai ricordi anni Settanta sollevati da Giorgio Gaber con una mitica "Chiedo scusa se parlo di Maria", in cui un innamorato in vena di confessioni pubbliche tenta di bilanciare il peso della storia, della politica, della realtà.
Tra i canti d'ispirazione mariana, non necessariamente di taglio religioso, ricordo almeno il ciclo della Buona Novella di De Andrè e Piovani, e la strepitosa Maria va di Mercedes Sosa.
Ma è difficile districarsi nel mare di Marianne (Stills), Mary Jane (Drake, in scaletta col quartetto), Maria Luisa (la nipotina di Tom Jobim),
Rosa. Simbolo dell'amore, da sfogliare e con un profumo che fa sognare, di un amore lento a sbocciare e veloce ad appassire. Insomma perfetta per essere cantata, come ci ha insegnata Cecco Angiolieri. Nello spettacolo ho miscelato tre piccoli capolavori di Chico Buarque, Vinicius De Moraes e de Gregori.
Solo per la cronaca ricordo variazioni offerte da Tom Waits (lei se ne andata e lui le chiede perché lo evita, seduto alla finestra a suonare la tromba ad una luna color albicocca: sarà stanca delle lamentele del condominio…), da Bruce Springsteen (Rosalita, che esce stanotte) e Fabio Concato (Rosalina, la cicciona), passando per Joni Mitchell che non può proprio vedere finire in quel posto la sua amica (Roses Blue), fino a Belafonte (Bella Rosa). Volendo potete contarci anche i Byrds (Desert Rose). C'è anche una Unica rosa, di Ivano Fossati, ma la trovo una tale accozzaglia irrisolta di elementi che non saprei in che senso sta cantando una donna.
Confesso invece di non conoscere la Madame Rose, su cui fu imperniato l'unico tentativo (di scarso successo) di musical francese a Broadway: l'autore già lasciato da poche settimane, Gilbert Becaud.
Per Bocca di rosa, vedi successivamente alla voce "Soprannomi".
Angela. Anche qui il simbolismo può svolazzare libero. L'hanno cantata in mille: Rolling Stones, Josè Feliciano, Harry Belafonte, Jimi Hendrix, Toquinho, Milton Nascimento, Luigi Tenco, Chico, fino ai jazzisti Paolo Fresu e Kenny Wheeler. In genere, sempre affascinante e sfuggente, la ragazza.
C'è anche la curiosità anni Sessanta degli improbabili Los Marcellos Ferial, con la lacrimosa Angelita, ambientata nello sbarco americano ad Anzio.
Ma a me piace cantarla nel repertorio antico napoletano (Nuova compagnia di canto popolare). Angelarè (mba-mbò) scandisce il coretto di un testo che anticipa di duecento anni l'analoga e improvvisa scomparsa di Zazà:"quacche mmago, quacche fata, se l'ha avuta da piglià!"
Anna / Gianna / Giovanna / Maria Giovanna. Hai mai visto un uomo piangere? Sicuramente voleva Anna, come stigmatizzato dal tormentone battistiano.
Le varianti sono molte. C'è molto da invocare: Jaine (Tim Buckley), Lady Jane (Rolling Stones), Mary Jane (Alanis Morrisette), Joana Francesa (dedicata da Chico Buarque all'attrice Jeanne Moreau), le Anne dei Nuovi Angeli, dei New Trolls (Annalisa, per la precisione), di Morandi, Guccini, Zarillo, passando dal ritratto di quella "permalosa e bello-sguardo" di Dalla, fino alla presunta Anna Magnani che Pino Daniele giura di aver immortalato, anche se la canzoncina non offre nulla del mondo della grande attrice.
Potrebbe essere rilanciata la bella operina dedicata alla moglie di Garibaldi, Anita, Anita, del francese/nizzardo Jean-Marie Carlotti. Suoi brani sono nel repertorio della Banditaliana di Riccardo Tesi e della band di Daniele Sepe.
Le "visioni" di Giovanna hanno già scosso una generazione di amanti di Bob Dylan, anche nella versione all'italiana ("però Giovanna io me la ricordo"), del De Gregori che diceva che non c'è niente da capire.
Poi c'è la mistica Jeanne d'Arc, così ben raccontata da Cohen, anche nella versione italiana di De Andrè.
Allusioni agli effetti delle droghe leggere sono stati abbinati ad una sognante Maria Giovanna di Gaber, ma è acqua passata.
Il mio cuore però batte per la letteraria sgualdrina Anna, che dal porto di Amsterdam in prima persona descrive (grazie alla musica di Chico e al testo funambolico di Ruy Guerra) il mondo corrotto e meschino dei maschi di sempre.
Il premio al massimo capriccio però va attribuito al monumento francese Charles Trenet. Nel 1937 realizzò una pirotecnica Annie-Anna.
Tutto è doppio qui. Le due sorelle non potrebbero essere più diverse, pur vivendo insieme. Annie sogna il lusso, infatti ha pure gli occhi blu e si lascia corteggiare da un presunto marajah. Anna fa le pulizie, infatti ha gli occhi grigi e diffida della corte di chi canta. Finirà male. Nessuna geometria variabile, tipo Goethe nelle Affinità elettive. Ciascuno a casa propria, lontano da Annie e da Anna.
Marta. Anche qui c'è da scegliere. Il nome sembra ispirare una vena originale, a parte il banalotto brano dei Beatles (album bianco).
Pochi la conoscono. Ma se incrociate per caso la canzone "La Marta ha vinto", beh sappiate che non di femmine si tratta, ma della vittoria sindacale per salvare dalla chiusura una fabbrica di Torino, a manodopera femminile. Erano i primi anni Settanta.
Infine una delle prime cose del cantautore Tom Waits.
Il tema è stravagante. Lui si precisa con nome e cognome, Tom Frost (che è come dire gelo, inverno). Telefona a Martha ben 40 anni dopo che si sono lasciati. Le chiede del marito, dei figli, punta a tranquillizzarla, riflette sulla vita e le confessa, per telefono, il suo intatto amore. Inquietante e persino realistica. Cosa risponde lei, non lo sapremo mai.
Giulia. E' il nome oggi più di moda, prima di Chiara e Sara (ma Giorgia, Gaia e Alessia se la battono bene).
La scelta è ampia. Comincerei, per doveri sentimentali, con Giulietta: strepitoso il lavoro - passato ai più inosservato - di Elvis Costello col Brodskj Quartet per le Lettere di Giulietta, venti brani costruiti su recenti lettere personali raccolte a Verona presso l'ufficio istituito dal Comune nel nome del personaggio shakespeariano.
Magica ed eterea la Giulia lasciataci dai Beatles.
Ma potete scegliere tra Tozzi, Vasco Rossi, Venditti, Battiato, Di Cataldo.
La più antipatica ai maschilisti però è la Marta cantata dai Pooh. "Si sposa, ma che sorpresa". Pensare che, quando lui le diceva "vieni a vivere con me, le mancava l'aria" e sottolineava: "a un uomo dò tutto, ma non accetto che pensi 'Giulia è mia'". E invece adesso… Vatti a fidare.
7. LE FURBE E LE SFIGATE
Le furbette sono parecchie, come la Rosa di Chico, da cantar però con rassegnazione e in allegria.
Ricordo volentieri un successo di Brassens reinterpretato in lombardo da Nanni Svampa. Marinette diventa Ginetta. Lui è condannato a restar sempre spiazzato da lei e resta come un fesso "col cuore in mano". Va per cantarle una canzone e lei è andata al cinema. Le offre la mostarda, ma lei sta assaporando il caffè. Le compra una bici, ma lei è passata alla 600. Le porta i fiori e la trova a pomiciare con un altro. Vuole ucciderla, ma è già morta in un sorpasso. Va al cimitero: ma lei è già risuscitata e andata al mare…
Invece Madaleine, qui avait le coeur, portata al successo da Edith Piaf, sfiora il sadismo.
Musica di d'Yresne e parole di Raymond Asso, anno 1936: tira un'aria brutta in Europa.
Madeleine nasce (sotto la pioggia, ovviamente), non voluta dai genitori: ma lei è descritta da subito come un angelo, che perdona tutto e tutti, perché "ha un gran cuore". Tutta candore e amore, ne passa di tutti i colori, poverina: fragile e docile, muore troppo presto e sapete come? di mal di cuore…
Ma anche la Marinella di De Andrè non scherza, con quel "come tutte le più belle cose…"
8. DI CHE VIVONO? CHE MESTIERE FANNO?
Poche le indicazioni utili. Lei abita un suo empireo, in genere. O meglio: la mancanza di elementi concreti può dirla lunga sulla reale originalità di ispirazione.
Le puttane fanno la loro bella figurina, magari sotto pseudonimi allusivi (Bocca di rosa). O sanno riscattarsi, come la Geni di Chico Buarque, prima derisa e poi salvatrice della città sotto il tiro dei cannoni di uno Zeppelin straniero.
C'è anche una improbabile spogliarellista Isabella, inventata da Ivan Graziani, che si isibisce davanti a "facce da maiale" e ci tiene a far sapere di aver "studiato danza a Reggio Emilia".
Molte le studentesse e le professoresse. Venditti ci sguazza, salvo regalarci una credibile Giulia di anni lontani, "con gli occhiali sul naso, che lotta insieme e parla anche per te".
Insolita la triste cameriera di nome Denise, cantata da Amedeo Minghi, per i suoi passi stanchi , che vive là, dentro un'osteria, "come un fiore nascosto".
Rare le impiegate come una dolce Jane, cantata dai Velvet Underground nel 1970, che con un Jack diventato banchiere passano la sera ad ascoltare dalla radio musica classica e marce militari. Contenti loro…
Poi c'è l'ineffabile Rita dei Beatles, la meter-maid, insomma quella che controlla che hai messo i soldini nel parchimetro. Purtroppo "il berretto la faceva sembrare più vecchia e la borsa a tracolla sulla spalla le dava l'aria un po' militare". Le offrono prima un tè, poi una cena: e il conto lo deve pagare lei (già riempie ricevute tutto il giorno), prima di finire su un divano un po' troppo affollato. Chi è meno serio, nella combriccola?
Alcune lavorano nel circo: dalla Donna-cannone di De Gregori, col suo sogno di fuga impossibile, alla Tania Delcirco di Dalla, che vive ora a Ferrara con uno detto il "somalo" perché aveva fatto il barbiere ad Addis Abeba…
Alcune sono cantate per la condizione sociale, come le drogate. Già nel 1964 Dylan coccola una stremata Denise, "dalla bocca rovesciata in fuori", che "tieni gli occhi chiusi, ma Dio lo sa che non sei cieca". Nelle canzoni di Lou Reed è pieno di femmine sbattute per terra, strafatte, logorroiche e più o meno indipendenti. Se poi non si drogano loro, sanno, come la famosa Silvia, che "Luca si buca ancora" (Carboni).
Basta. Mi gira la testa. C'è troppa gente a questa festa.
9. QUELLE COL SOPRANNOME.
Solo per completezza, ricordiamo anche alcune femmine ricordate per nomignoli, soprannomi, vezzeggiativi, astratte invocazioni. L'elenco sarebbe lunghissimo.
Dal curioso Pecorella (Dalla), al ritmico Piumetta di Fossati, fino al mitico Stronza di Masini. Ma restiamo su qualcosa di più impegnativo.
Un premio, più alla bellezza musicale del lunghissimo brano (8 minuti) che al testo incomprensibile, va per la Signora dagli Occhi Tristi dei Bassopiani, dedicato da Dylan alla sua compagna più stabile. Su questa scia c'è un Ivan Graziani grato ad una Signora Bionda dei Ciliegi.
Signore del Canyon definisce invece Joni Mitchell un gruppo di indimenticabili amiche. Fai i biscotti, tra gatti e bimbi, Annie. Trina indossa monili indiani, fa merletti e lavora in filigrana. Estrella diffonde musica nei grandi spazzi del canyon, lei abituate a sale vuote.
Molti altri lasciano tracce leggere in tempi più recenti. Dalla Ballerina Meccanica di Susanne Vega, alla Regina di Hollywood delle Corrs.
Un maestro per questi riferimenti sfuggenti, d'atmosfera più che realistici, è Leonard Cohen: canta una Signora Mezzanotte a cui le stelle mangiano il corpo e rischia di invecchiare (ma già Brel aveva cantato una Madame che muoveva il culo sui bastioni di Varsavia…), o Nostra signora della solitudine (ne sapete qualcosa, Lavezzi e Morandi?), o Signora d'inverno, o la Moglie Zingara.
Mi piace ricordare anche una eroina antilitteram dell'ecologismo, la Celia delle foche, di un misconosciuto Donovan: un po' mieloso, ma tutto sommato sincero.
Altro premio per la delicatezza e la riuscita musicale va però al De Andrè per la storia del transessuale chiamato Princeça (in portoghese Principessa):"quando le macchine puntano i fari sul palcoscenico della mia vita, dove tra ingorghi di desideri alle mie natiche un maschio s'appende".
Voglio infine ricordare un brano fuori-classifica. Sembra scritto per una donna, ma non lo è. L'autore, nel 1988, in piena crisi personale, fu quel geniaccio di David Crosby. Parla di questa Signora della Baia, "immigrata come tutti", che tante lacrime ha fatto versare a chi l'ha vista dopo un lungo viaggio. La Signora che fa vedere la democrazia "dietro questa porta aperta": è la Statua della libertà, costruita in Francia e assemblata con la sua brava fiaccola su un isolotto all'entrata di New York.
10. CON NOME E COGNOME.
Davvero pochi brani, per una formula difficile da definire.
Perché chiamare per nome e cognome qualcuno, in una canzone poi? Per dare ufficialità alla cosa, forse, ma quale cosa?
E' il soggetto cantato che acquista peso, fino a salire su un piedistallo che lo allontana da noi?
O è una presa di distanza del cantore, che non lo sente suo "oggetto"? Si accettano ipotesi.
La più incredibile è la mitica Eulalia Torricelli da Forlì, porta al successo nel 1947 dal disimpegnato cantante Gigi Beccaria. Gli autori erano tre, stimati, come l'Olivieri che compose Tornerai.
Qui giocano come altre volte nella canzone italiana. Non solo descrivano una Eulalia proprietaria di svariati castelli (che fa rima con Torricelli). Quando Giosuè la lascia per tornare in treno in Puglia tenta il suicidio. Con cosa? Con gli zolfanelli. E poi il gran finale: nel testamento lascia in eredità un castello ciascuno ai tre autori, Olivieri, Nisa, Redi. Un colpo di metalinguaggio, si direbbe oggi. Molto postmoderna, davvero.
Una versione contemporanea è la Margherita Baldacci, immortalata da Francesco Baccini, in uno strambo album di ritratti umani, tra Andreotti e Berlusconi.
La più ambiziosa è la Lupita Mendera cantata su un'intera facciata di disco da Teresa de Sio. L'anno è il 1988 e con lei collaborano Brian Eno e Michael Brook. Un grande sforzo produttivo, per un risultato presto accantonato.
La più insulsa è la Luisa Rossi del sovrastimato e ormai antidiluviano duo Battisti/Mogol. Perché mai cantarla, se sappiamo solo che "sa quel che fa, regala un giorno e poi se ne va"?
Tra le sempliciotte c'è una Jennifer Juniper di Donovan, non proprio indispensabile. Curiosa invece la Cordelia Brown, di Burgess e Belafonte: da quando Ned l'ha lasciata, va in giro tutta rossa e dice che è stato il sole. Dovrebbe forse farci sorridere, perché di cognome si chiama Marrone.
Ho ritenuto di far conoscere in italiano - correndo i rischi del caso - la storia di Eleanor Rigby e del suo curato MacKenzie. Tanto forte musicalmente, quando poco conosciuta nel suo messaggio reale. davvero un brano quasi unico nel panorama internazionale (e anche poco Beatles).
Più Beatles nella Loretta Martin protagonista di Get Back: in realtà è un uomo, che si crede una donna, corre dei rischi e anche la sua mamma gli/le chiede di tornare subito a casa.
Altra aria con la Cherokee Louise di Joni Mitchell: è una bambina rifugiata in una galleria sotto il ponte di Brooklyn. Il padre adottivo ha tentato di violentarla, finita la scuola. Non è ben chiaro come abbia reagito. Gli amici, nel fango, con le torce la stanno ancora cercando.
Di Joni ho dovuto tagliare nello spettacolo, ma solo per motivi di tempo, un brano dal testo durissimo: la Lavanderie di Maddalena (Magdalene's Lauderies). Si chiamava così una rete di istituti per ragazze madri, vittime dei propri stupratori, spesso padri e anche sacerdoti, nell'Irlanda cattolica. E Joni ne racconta il dramma, la vergogna, il dolore. Più di un cognome: uno stigma.
11. QUELLE VERE.
Ne ho inserite molte nello spettacolo, perché hanno una loro forza: che siano libere evocazioni, come Woody Guthrie verso l'attrice Ingrid Bergman, o descrizioni di terribili momenti, come la morte di Ilaria Alpi (The Gang).
Di morte parlano anche la Storia di Marinella, raccolta sui giornali dal sedicenne De Andrè (non ricordo il vero nome, ma è sepolta a Roma, al cimitero acattolico all'ombra della Piramide) e la Carmen Colon, bambina di dieci anni cara a Dalla e al poeta Roberto Roversi.
Ricanterei volentieri una lunga ballata del Dylan delle origini, dedicata alla storia (credo vera) della sguattera di 51 anni, Hattie Carroll, madre di 10 figli: uccisa senza motivo dal ventiquattrenne William Zanzinger, bianco, figlio di grossi produttori di tabacco nel Dakota, e praticamente assolto (6 mesi) da una giuria a dir poco corrotta.
Volendo possiamo considerare esplicito anche il riferimento dylaniano alla Tatcher in Maggie's Farm. A Joan Baez, come sanno tutti gli esegeti, era dedicata Farewell Angelina (mai peraltro incisa dall'autore in veste ufficiale): ma il testo parla solo di un addio, in situazioni apocalittiche (compresi 52 misteriosi zingari che sfilano davanti alle guardie, mentre la regina è in fuga). Per esigenze liriche, non c'è la donna reale da abbandonare di corsa.
Chi vuol andare sul sicuro, ma anche sullo scontato, può scegliere Norma Jean, cioè Marilyn Monroe (riciclata per Lady D) di Elton John, o la Giulietta Masina di un manierato Caetano Veloso.
A proposito di gente famosa, il premio dell'indelicatezza va però ad un imprevedibile Leonard Cohen, uscito di testa anni fa in Chelsea Hotel.
Racconta di qualche minuto erotico ("quello era l'amore per i lavoratori della canzone, e forse lo è ancora per quelli rimasti") passato con la cantante rock Janis Joplin ("me lo succhiavi sul letto sfatto"), di fretta, mentre "le limousine attendevano in strada".
Le rinfaccia pure di non averle mai sentito dire "ho bisogno di te o stronzate del genere". Lei è ritratta come una cinica, che dice "siamo entrambi brutti ma abbiamo la musica", ma ammette di non averla amata nel migliore dei modi ("non sto dietro a ogni pettirosso caduto…"). Tremenda e da rimuovere. Volendo, su Janis, almeno per gli appassionati di West Coast, resta anche un bel ritratto di un altro suo (breve) amante, Country Joe McDonald.
Altrettanto impresentabile oggi è - a mio avviso - la produzione di John Lennon in onore di Yoko Ono. Pochi l'hanno amata (almeno quanto lui), ma musicalmente resta proprio pochino. D'altra aprte, persino Dylan è inciampato nel "dover" cantare la moglie: nel riuscito album Desire (quello di Hurricane), l'unico pezzo ridicolo è proprio Sara a dir poco enfatico (per non infierire, offro qui il solo inglese delle invocazioni nel ritornello: Mystical wife… Radiant jewel… Glamorous nymph… Virgin angel…). Oddio.
Meglio andare su altri canti, sempre a proposito di cantare le cantanti. Alla folksinger toscana, la Bueno, che "la chitarra veramente la suonavi molto male", l'amico De Gregori ha dedicato una delicata nenia. Amorosa anche la Judy Collins immortalata da Crosby, Stills, Nash e Young per i suoi occhi azzurri: ma senza quelle voci originali, chi può ancora cimentarcisi?
12. IL NOME IMPRONUNCIABILE
Una volta Jacques Brel ha descritto in musica la sua Ultima Cena. Chi voleva a tavola, cosa avrebbe mangiato e detto. Ma qui può essere interessante il finale, il dopocena. Solo, brucerà "i sogni non vissuti, i resti di speranza, le voci dell'infanzia". Per "rivestirsi" l'anima solo due cose: l'idea di un roseto e un nome di donna.
Può sembrare poco, ma è già un piccolo patrimonio, tutto personale.
Lo nostro spettacolo chiude però con una donna senza nome. Uccisa, tra i veli come una bambola e poi appesa ad un lampadario, senza motivo, da un uomo ora sotto interrogatorio. Un incubo targato Bacharach e Costello. Il maschio lascia il posto alla sua incapacità di amare: e lo fa nel modo estremo. Senza nome era anche la donna violentata da Marlon Brando, in un appartamento senza mobili, nell'Ultimo tango a Parigi, di Bertolucci. Molto estremo, ma ci sta, vista la decadenza di questo cantare Lei per la sua precisa identità.
Finisco (o meglio finirei volentieri un concerto eseguendola, ma è davvero un brano troppo impegnativo) con una straordinaria gemma dall'album Shleep (1997).
Frutto di un magico incontro tra l'ex batterista e grande vocalist Robert Wyatt e il chitarrista Philip Catherine, descrive questo uomo/salmone che attraversa a ritroso l'oceano, fino al delta in cui era approdato lasciando lei, Nayram, e risale ora l'antico torrente, fino alla gelida sorgente dove tutto era nato (e dove lui sa che si accoppierà e morirà), per ritrovare lei, che può infine chiamare col suo nome non più capovolto: Maryan.
Non sempre sono solo canzonette.
Roma, 31.12.2001
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Della vita, della morte, della signora Ramsay non si poteva dire nulla
Virginia Woolf
Fonti:
Maria Grazia Caldirola (a cura di), Io canto la differenza, Mazzotta
Aldo Carotenuto, Vivere la distanza, Bompiani
Nadia Fusini, Nomi, Donzelli
Nadia Fusini, Uomini e donne. Una fratellanza inquieta, Donzelli
Giovanni Jervis, La conquista dell'identità, Feltrinelli
Meri Lao, Donna canzonata, Newton Compton
Meri Lao, T come tango, Melusina
Meri Franco Lao, Musica strega, Edizioni delle donne
Daniele Moretti, Canzoni per lei, schede su www.hitparadeitalia-supereva.it
Luisa Muraro, L'ordine simbolico della madre, Editori Riuniti
Sandro Portelli, La canzone popolare in America, De Donato
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