Fryderyk Chopin
Salotto
Ama molto i fiori. Stasera la contessa d’Agoult ha curato tutto nei minimi dettagli. Tono su tono, il giallo, il bianco, il rosso, a corona di un piccolo uomo che, come altre volte, sembrerà guardare poco attorno a sé.
Parla bene francese, come tutti gli slavi. Stasera il vecchio Niemcevicz spererà in un finale di serata dedicata ai suoi Canti storici, con Fryderyk a tradurre all’impronta squarci di vittorie, glorie, comandanti, prigionieri, fino alle ballate sugli eroi morti.
Canta lacrime contemporanee sul suo paese, senza sentirsi un eroe nazionale. Stasera mischierà ancora polacche e mazurche come solo lui sa fare. Rivedrà lontane feste in casa Czetwertynski e soavi sfilate di compatriote dalle caste grazie, impreziosite dal ritmo di quelle danze da sempre conosciute.
Non esprime lodi che verso ciò che ritiene una conquista per l’arte. Stasera potremo conversare con lui in piacevolezza. Non si atteggia a genio incompreso. Attende il suo turno il malinconico tenore Nourrit, così selettivo e amante soltanto dell’Assoluto. E sogna di acquisire piccoli segreti della tastiera il bravo Hiller.
Scrive esclusivamente ai genitori. Stasera saranno vanaglorie quelle di dame che confesseranno – purchè non si risappia, cioè tutti possano sapere – di una fitta corrispondenza con appuntamenti mai svolti. Lui preferisce intendersi a mezze parole, suoni non detti, con Heine, che stasera intanto gioca a fare il capitano olandese del Vascello fantasma, legato fino alla morte alle tazze di porcellana della sua Amsterdam e sopravvissuto all’attraversamento del giardino degli Esperidi.
Non parla d’amicizia né d’amore. Stasera è sprofondata nella poltrona, George Sand, sempre attenta a sgrossare con l’occhio le torsioni del marmo o le forme della strofa, coltivatrice di una sua rara intuizione nel leggere i bisbigli della Natura e i legami interni tra gli opposti… Dicono che lui ne avesse paura e rimandò a lungo l’incontro. Difficile averli visti esuberanti insieme. Piuttosto una reciproca incurabile ansia di solitudine, che li ha alla fine in qualche modo accomunati.
Pronto a dare tutto, non si dà mai. Stasera il suo dolore lenito cosa saprà offrirci? Linee tese o arabeschi? C’è qui ad ammirarlo anche un altro “architetto” che tutta Parigi apprezza, Meyerbeer. E un silenzioso Delacroix.
Non paragona il suo male a quello dei grandi. Stasera soffrirà in silenzio. Con cattivo gusto Lefébure Vély ha confessato di esser pronto a suonare un preludio, in si o mi minore, all’organo, al suo funerale. E Liszt, l’amico devoto, a volte ne accentua il ritratto dolente, quasi a renderlo più terreno, umano e soprattutto non Unico nel rapporto con la creatività che anch’egli esibisce.
Odia esibirsi in pubblico. Stasera romperà il digiuno, ma il pubblico della sala Pleyel dovrà attendere ancora. Gli elogi quasi lo imbarazzano. O sente che ogni applauso nasce sbagliato, là dove lui comunque non l’ha premeditato, un gesto destinato a spostare attenzione, a ingraziarsi un Nume che l’arte dell’improvvisazione non prevede.
Eccolo, sta entrando. Chissà perché, lo pensavo diverso.
Da ascoltare:
Fryderyk Chopin, Mazurca op.33, n.4, Mesto, in Recital, p.Arturo Benedetti Michelangeli, Dgg 1972
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