Jelly Roll Morton

Un colore spagnolo

(New York, autunno 1939. Presso la Biblioteca del Congresso, il pianista Jelly Roll Morton, 55 anni circa, da mesi è un fiume in piena. Il musicologo Alan Lomax oggi rigira tra le mani il biglietto da visita dell’ “inventore di Jazz, Stomp, Swing e più grande scrittore al mondo di temi hot”. Assorto nelle sue riflessioni, il ricercatore scorda di far partire il magnetofono. Ricostruirà dagli appunti questa seduta già iniziata)


… E’ tutta roba mia, fratello. Quando schiatto, Duke non verrà al mio funerale (tossisce) perché dovrebbe ammettere che è tutta roba mia. Prima del ‘25 già avevo scritto tutto. Lo chiama rag solo chi non capisce nulla di musica. Joplin ha fissato uno stile, io ho allargato il gioco, capisci? Il mio pianoforte è già un’orchestra. E quando arrangiavo per i miei Red Hot Pepper erano le note uscite dalle mie mani a finire in bocca al trombone, alla cornetta, al banjo. Era già tutto pensato e chi era intelligente, come King Oliver, ci stava: gli altri, beh, accidenti a loro…


Ti dico un’altra cosa: ho iniziato su una chitarra spagnola. A casa mia tutto sapeva di Francia, anche il mio nome, Ferdinand, che per un’artista di classe non è un granchè. Perciò sono diventato prima il Windin’Boy e poi il “cannolo di marmellata”, tutto da succhiare, capisci l’allusione, no? Ci siamo divertiti un sacco nei bordelli prima del ‘10: era la musica che funzionava lì, con tutti quei clienti bianchi. E in giro si parlava bene di me, e del buon Tony Jackson, che poi bastava chiamare “blues” quello che non era, come il Wolverine Blues, e uscivano fuori dei bei soldini dalle case editrici, tipo Paramount, bei soldini. Non guardarmi adesso: se li ricordano tutti certi miei cappotti, con la fodera d’oro, che stendevo per lungo, sul piano, prima di cominciare, e i colpi a sorpresa, neanche fossimo a teatro... (Mostra un piccolo diamante incastonato nell’incisivo). Ero il migliore, lo sapevano tutti, forse non il più veloce, ma il più creativo sì, per Dio.

Ma ti dicevo della chitarra spagnola. Per me, voi che siete fissati con gli schiavi e il blues e tutta quella roba lì, a New Orleans non c’eravate, che ne sapete? Ho ascoltato i primi tanghi e bande di tutti i tipi. Si andava a sentire Lucia di Lammermoor al French Opera Theatre: i miei parenti lo facevano perché noi creoli possiamo permettercelo e abbiamo stile, mentre i niggers stavano per conto loro, con le loro pallose malinconie. Certi bianchi non capivano un cazzo e ci chiamavano tutti colored. L’arte, noi creoli di Louisiana, invece la conoscevamo bene. Altro che piangersi addosso. Io manovro l’armonia meglio di chiunque, in un pezzo ti ci metto una serie di 50 accordi, nessuna stravaganza, ma 50 accordi di fila, ti va? E se mi gira, come nel Jelly Roll Blues, ci faccio stare 4 temi, che un altro ci vivrebbe per una vita! Mi piace stupire e mi piace piacere. La musica la voglio dolce, non mielosa, dolce, cioè pulita, tutto deve stare al suo posto e io so come farcela stare. Mi sono cambiato anche il cognome, per questo, per senso dell’ordine. Sidney se vuole si faccia ancora chiamare Bechet! Io posso vantarmi di essere astemio, come deve essere un artista. Prova a smettere tu! Quando me ne sono andato da New Orleans, nel ‘7 o nell’8 non ricordo, non c’ho più messo piede. Non era più quella che piaceva a me, con le gare di biliardo, le sfide al piano (la moglie di Armstrong mi sparò contro un suo Notturno di Chopin!), certe donne simpatiche, i clarinetti creoli, insomma non c’era l’ingratitudine di adesso e comunque c’erano più soldi allora che dopo la Depressione…

(Si interrompe) La chitarra, ok… Ti svelo un piccolo segreto, ora che non registri. E’ tutto merito di un po’ di colore spagnolo, Lomax. Tu puoi capirmi, da intenditore. Madrid non so neanche dove sta sulle carte e a Cuba non c’andrò mai. Parlò di uno spanish tinge, per come l’ho sentito io a New Orleans allora. Basta poco. Ho provato a passare in un pezzo da una linea di basso di uno stride a una di habanera e funziona, senti … (Suona l’attacco di The Crave). Posso giocarci sopra, per farlo meno pesante, e funziona. Ci infilo anche un controcanto, a metà infilo note diverse, poi riprendo il filo. Funziona. Quintine di crome per ottave parallele. L’ho scoperto sulla chitarra, da ragazzino, inventando il jazz e ascoltando la Carmen, quando Bizet copia l’habanera a quello sconosciuto,  (Lomax lo imbecca) sì, Iradier, de Iradier. L’ho messo in Tia Juana se vuoi sentirla, senza sentimentalismi, o in New Orleans Joy, ma è dappertutto, questo è il segreto. Ritmo sincopato, se vuoi chiamarlo così. Altro che gli echi dei tamburi della Costa d’Avorio! E’ un ritmo sghembo che è già jazz, e se compongo in grande è già swing, ma voi amate ormai solo le orchestre se sono dirette da bianchi, per far ballare i bianchi… (tossisce). Io, quando parlo di donne, ancora adesso suono spanish. E loro, gli altri, fanno finta di non saperlo, ma suonano tutti Jelly Roll.


Da ascoltare:
Jelly Roll Morton, The Crave, in The Library of Congress Recordings (1939), Classic Jazz Masters


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