Luigi Tenco

L'etnologo

Recco, primavera 1964

Cara maestra,
la sua lettera mi ha prima sorpreso e poi intrigato. Da molto tempo non ci incontriamo e la sorprenderà sapere che la mia canzone non è stata mossa dal suo ricordo, in particolare, ma piuttosto dalle considerazioni che sull’organizzazione scolastica sta svolgendo un prete scomodo, in un borgo del Mugello, don Milani. Proprio questo giovane, preparato sacerdote ha avuto la bontà di scrivermi rispetto all’altra strofa, che ho dedicato al curato di una ricca chiesa. Del silenzio (prevedibile) del terzo citato, il Sindaco, non val neanche la pena parlare.

Avrei potuto terminare qui queste poche righe, con non “Non è dedicata a lei”. Lei che ci dava il suo sapere col contagocce. Lei però mi pone questioni cui debbo una risposta: ma a muso duro, perché – come diceva Brecht – “anche l’odio per l’ingiustizia travolge la faccia”.

E’ vero, non sorrido e non vedo che importanza abbia. A qualcun altro il mio sguardo piace, specie alle donne sposate, ma è per via dell’ipertiroidismo! C’è poco che mi piace attorno a me e specialmente il vedere usare due pesi e due misure. Il democristianesimo dovrà pure finire in questo paese. Sento piccoli segnali, forse manca ancora qualcosa, eppure arriverà un giorno che operai e studenti, anche i fuoricorso come me, scenderanno insieme in piazza. Io c’ero a Genova contro Tambroni e la polizia a cavallo riportava il vostro ordine. E sento persino che questo Pci non ne sarà la guida, parla al passato, lo dovrò lasciare se non rinnega Budapest e non impara a parlare ai giovani.

Ai giovani proviamo a proporre qualcosa io e alcuni miei amici, come il compagno di banco e di band Lauzi; spero presto anche un giovanissimo che si chiama Fabrizio. Ha sentito la sua “Ballata dell’eroe” ne “La Cuccagna” di Salce? Mi sono provato da attore, per una volta. Lei non apprezzerà che un suo allievo perde tempo, ben venti minuti, per recitare da scontroso o rinforzare l’idea che altri ne hanno. Io mi sono divertito, perché a volte preferisco sapere gli altri cosa pensano di me che specchiarmi: potrei rimanere deluso.

Certo la vita dei cantanti può essere giudicata inutile, ma non se fai quello che vuoi. E io oggi voglio indicare un cambiamento. Per riuscirci accetto quasi tutto, anche le censure (sa che purgano anche la parola “pace”?) e di scrivere per i Primitives. Non vorrei però finire a fare solo cose come “Mi sono innamorato di te”. C’è da cantare il dolore, il divorzio, cose forti, non solo queste finte ventate di giovanilismo, con quelle parole false del Rapetti. Vogliono fare affari anche su questo, sulla protesta o come la vuol chiamare. Io non mi farò incastrare, da venir sconvolto, come Ciampi o Mannerini, dirò le mie cose con attenzione, con fredda lucidità che è la mia unica passione.

Non è questo che lei ci ha insegnato. Non è quello suo l’Ordine futuro che ho in mente io. Dentro io ci vedo anche il diritto all’incoerenza. Amo i gatti e allevo cani. Sono antiguerrafondaio e nel cruscotto ho una splendida Walter Pkk che mi può sempre tornare utile. Amo Chet Baker, Paul Desmond, Jelly Roll Morton e sto qui a rompermi i coglioni con Cini. Ma a lei queste cose non interessano: lei ha sempre creduto nella tradizione. Un giorno immagino la faccia che farete a vedermi al Festival di Sanremo. Mi dovrò sbronzare di grappa alle pere per non ridere in scena: e vi farò uno sberleffo, una grande sorpresa, magari con qualcosa che somiglia a una poesia di Pavese, o un nuovo “Ciao, ciao, bambina”!

Lei mi accusa di essere sempre stato freddo e distaccato. In effetti “squadrato e asimmetrico” ha definito il mio stile una giovane chitarrista di madrigali, Giovanna Marini. Forse non sono doti da grande artista, forse potrei correggermi facendo un altro mestiere dove giri il mondo, apri gli occhi, scopri volti nuovi tra gente vera, scopri le radici paterne: l’etnologo, quello mi piacerebbe.

Per ora uso l’artigianato che conosco. Sento di avere un successo in mano. Ho appena tradotto un brano di un dannato come Boris Vian, Le déserteur, la farà saltare anche se ho cambiato un po’ il taglio. Il titolo mi viene da un tipo minuto, americano, che non sorride e che lei neanche conosce, Bob Dylan si fa chiamare:”Padroni della terra” e finisce così:”E se mi troverete, con me non porto armi: coraggio, su, gendarmi, sparate su di me!”

E’ ora del congedo, cara maestra. Se ci rincontreremo, dal suo viso indovinerò subito qual è l’ultimo 45 giri che ha comprato. Solo cordialmente

Luigi


Da ascoltare:
Luigi Tenco, Cara maestra e Come mi vedono gli altri, in Luigi Tenco, Ricordi (1962)


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